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Il valore probatorio delle mail

Le mail entrano nel novero delle prove documentali di un processo e, pertanto, a sostegno delle proprie tesi in Tribunale, accanto ai documenti cartacei, potranno essere esibite anche le mail.

Questo, tuttavia, non significa che attraverso una semplice mail si potrà provare qualsiasi cosa.

Il valore probatorio delle mail incontra, infatti, limiti ben precisi, che delineano un ingresso per così dire “condizionato” del documento digitale nel processo:

  • Mancata contestazione e valore probatorio delle mail

La mail non deve essere contestata, nel senso che non si deve contestare né la ricezione, né il contenuto della stessa.

Nel caso, quindi, di una richiesta di pagamento per un lavoro eseguito e non retribuito la mancata contestazione della mail comporta che non vengano contestati né il fatto di averla ricevuta, né il lavoro e la quantificazione del compenso.

Attenzione, quindi, al comportamento che il nostro interlocutore ha tenuto dopo l’invio della nostra mail.
La risposta, per esempio, alla stessa (anche solo per dire che si trova in difficoltà e non riesce a far fronte al pagamento) è incompatibile con l’affermazione di non averla ricevuta. Massima attenzione, quindi, a come si comporta, a cosa scrive e come lo scrive (salvate tutto e conservate tutta la conversazione).

La contestazione del contenuto, invece, riguarda la richiesta che viene avanzata.

Si chiede il pagamento di una somma? La contestazione andrà circostanziata, non essendo sufficiente negare l’addebito sostenendo di non dover pagare. Quindi attenzione a ciò che viene richiesto. La somma è corretta? Sono per esempio già stati versati degli acconti? Il lavoro di cui si chiede il pagamento è finito? È stato eseguito correttamente? Ci sono delle recriminazioni? Delle modifiche da fare? Delle variazioni?

  • Contestazione della provenienza della mail

Si può contestare anche la provenienza della mail. Ciò significa che si sostiene che chi ha inviato quella mail che viene prodotta in giudizio è un soggetto diverso da chi la produce.
Attenzione però, anche in questo caso, al comportamento che si tiene dopo la ricezione della mail.

Contesto che chi ha inviato la mail non fosse il soggetto legittimato a fare richieste di quel genere (in sostanza nego che ne avesse il potere)? La mia contestazione perde di efficacia se per esempio ho risposto iniziando una trattativa per un pagamento dilazionato (in questo caso il mio comportamento riconosce di fatto il debito e la legittimazione del mio interlocutore a trattare).

Recentemente Il Tribunale di Milano (Tribunale di Milano, sez. V Civile, sentenza 16 – 18 ottobre 2016, n. 11402) ha esaminato un caso in cui la produzione di una mail è stata posta a fondamento della decisione di una causa scaturita dal mancato pagamento di attività professionale.

Con decisione ben articolata il Tribunale del capoluogo lombardo ha evidenziato alcuni punti fondamentali con riferimento al documento informatico:

  • Prova liberamente valutabile dal giudice

La mail è una prova liberamente valutabile dal giudice e, come tale, non risulta di per sé vincolante. Nello specifico il tenore della mail, anzi dello scambio di mail, (con la quale si chiedeva il pagamento del corrispettivo per un’attività lavorativa) era stato confermato dai testimoni. Ciò significa che la mail non è stata valutata da sola, ma ne è stata cercata la conferma in altri elementi probatori (i testimoni, appunto). Quindi, se non fosse stata confermata, come l’avrebbe considerata il giudicante?

  • Mancata contestazione dell’ammontare

La parte contro cui viene prodotta la mail contesta la richiesta (in sostanza il pagamento della prestazione) e non l’ammontare della stessa. Il giudice, quindi, ritenuta provata la fondatezza della richiesta si spinge a valutare la congruità dell’ammontare in relazione a ciò che riferiscono nelle loro dichiarazioni i testi.

  • Mail come documento non firmato

Sulla mancata firma della mail (considerata come documento informatico) il giudice si riporta al Regolamento Europeo per le identità digitali (Eidas) che stabilisce che “a un documento elettronico non sono negati gli effetti giuridici e la ammissibilità come prova in procedimenti giudiziali per il solo motivo della sua forma elettronica” e in virtù di questo principio ritiene di non poter considerare l’argomento della mancata sottoscrizione.

Viene inoltre richiamato il codice dell’amministrazione digitale (d.lgs. 82/2005) che all’art. 21 prescrive che “Il documento informatico, cui e’ apposta una firma elettronica, soddisfa il requisito della forma scritta e sul piano probatorio e’ liberamente valutabile in giudizio, tenuto conto delle sue caratteristiche oggettive di qualità, sicurezza, integrità e immodificabilità”.

Inoltre sempre il regolamento Eidas afferma il principio di non discriminazione della firma elettronica rispetto a quella materiale (testualmente “a una firma elettronica non possono essere negati gli effetti giuridici e l’ammissibilità come prova in procedimenti giudiziari per il solo motivo della sua forma elettronica o perché non soddisfa i requisiti delle firme elettroniche qualificate”). Inoltre sempre il regolamento Eidas afferma il principio di non discriminazione della firma elettronica rispetto a quella materiale, in quanto “a una firma elettronica non possono essere negati gli effetti giuridici e l’ammissibilità come prova in procedimenti giudiziari per il solo motivo della sua forma elettronica o perché non soddisfa i requisiti delle firme elettroniche qualificate”. Dunque, il Tribunale, conferma espressamente che il documento elettronico, anche in assenza di firma elettronica qualificata, è ammissibile come prova.

 

 

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